Rassegna Stampa

14 giugno 2022

PSA. Mozione parlamentare

Fonte: Camera dei Deputati

Atto Camera

Mozione 1-00666presentato da CORDA Emanuela testo d iMartedì 14 giugno 2022, seduta n. 707

La Camera,

premesso che:

la peste suina africana è una malattia virale dei suidi (famiglia che comprende anche i maiali e i cinghiali), determinata da un virus della famiglia degli Asfarviridae, genere Asfivirus, ma non è una zoonosi, quindi non è una patologia trasmissibile all’uomo ma questo ne è vettore, sia diretto che indiretto;

la diffusione dell’infezione può avvenire tramite contatto diretto tra animali, da suino infetto a sano tramite vomito, diarrea, ma anche tramite vettore come la zecca, ingestione di prodotti a base di scarti e rifiuti di cucina infetti, per contatto con materiali, abiti e attrezzature da agricoltura e da caccia e quindi anche dall’uomo stesso. Esiste quindi un ciclo selvatico ed un ciclo domestico e questo rilevante aspetto deve essere considerato dirimente per la prevenzione e l’attuazione di una serie di pratiche fondamentali tese ad evitare la diffusione del virus;

la peste suina è endemica in Africa: «l’agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo» (definizione dell’Istituto superiore di sanità). In Italia si registrò la presenza di Asf (african swine fever) nel 1967, con altri episodi nel 1971 e poi nel 1983. Nel 1978 fu dichiarata endemica in Sardegna. Numerosi i focolai diffusi in tutta Europa negli anni più recenti: dal 2014 in Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia, nel 2017 in Romania e Repubblica Ceca, nel 2018 in Ungheria, Bulgaria e Belgio;

nei documenti Efsa (European Food Safety Authority) e del Ministero della salute sono riportati casi di infezione di suini d’allevamento importati in Italia provenienti da Paesi dell’Est dove le misure di biosicurezza non sono state evidentemente rispettate. Numerose indagini hanno dimostrato che il contagio all’interno degli allevamenti di suini avviene tramite l’introduzione di altri suini non controllati, sia durante l’allevamento che durante il trasporto. Si parla quindi di trasmissione intra-allevamento, in cui gli animali non hanno alcun contatto con i selvatici;

è da evidenziare come, se i suini negli allevamenti non entrano in contatto con altri esemplari importati ed infetti e se non vengono gestiti allo stato brado o semi brado, entrando quindi in contatto con i cinghiali selvatici, e adottando contestualmente misure sanitarie e di controllo costante, non sussiste la propagazione della peste suina;

a tale scopo giova ribadire che è la stessa Efsa (European Food Safety Authority) quanto il Ministero della salute, a rammentare il cruciale ruolo dei cacciatori nella diffusione del virus della peste suina quanto di altri agenti patogeni e quale sia lo strumento necessario per impedirne esiti gravi: un completo bando delle attività venatorie che andrebbero imposte per frenare la diffusione dell’epidemia. Si rammenta anche che tra le pratiche consentite in periodo venatorio vi è anche quello della eviscerazione degli animali abbattuti in loco (con relativo problema di smaltimento corretto) e che spesso non viene praticata con tutte le necessarie precauzioni del caso e che certamente rappresenta un reale problema in caso di diffusione di peste suina quanto di altre potenziali patologie, anche per il rischio di contaminazione ambientale;

tra le ulteriori precauzioni di Efsa e Ministero della salute sono elencate: la non importazione di carni fresche, surgelate e insaccate, eviscerazione dei capi cacciati. È infatti rilevante che, mentre in Paesi europei confinanti con l’Italia erano segnalati numerosi focolai, nel febbraio 2021 nella trasmissione «Indovina chi viene a cena» della giornalista d’inchiesta Sabrina Giannini, si dimostra come il reale pericolo fosse presente con la movimentazione in Italia dalla Romania di insaccati infetti;

ulteriore attenzione dovrebbe essere altresì posta anche nei confronti delle pratiche reintrodotte con il decreto legislativo n. 27 del 2021 e che consentono la possibilità di macellare gli animali (suini, bovini, equidi, ovini, caprini) presso il proprio domicilio per il consumo familiare. Le preoccupazioni e perplessità sul benessere animale, sicurezza alimentare e ambientale sono state ampiamente sollevate dal mondo della medicina veterinaria tutta. In una nota della SIVeMP (Sindacato italiano veterinari di medicina pubblica) si fa particolare riferimento non solo al benessere animale che, seppur in un momento estremo come la macellazione deve essere garantito, ma anche al potenziale e grave rischio sanitario. È praticamente impossibile per le Ulss/Asl eseguire qualunque controllo sanitario sulle carni, sul benessere animale, sullo smaltimento delle carcasse e dei visceri e quindi sul controllo del medico veterinario che si fa garante del rispetto delle norme sanitarie. Sono evidenti i rischi che conseguono da questa pratica e che aumentano potenzialmente in modo esponenziale in presenza della diffusione di un virus; il 7 gennaio 2022 l’Istituto zooprofilattico sperimentale di Umbria e Marche – centro di referenza nazionale per la peste suina – ha accertato la positività al virus in un cinghiale vittima di un incidente stradale ad Ovada, in Piemonte. Il Ministero della salute ha quindi di seguito provveduto, in ottemperanza alle normative vigenti e al piano nazionale, a notificare l’evento alla Commissione europea e all’Oie; a fronte di questo episodio, con notevole ritardo sono state intraprese iniziative tese al contenimento e alla verifica di eventuali altri casi;

mentre i mesi sono trascorsi senza provvedimenti evidentemente contenitivi si è fatta largo la teoria, in concomitanza con una diffusione a mezzo stampa di allarmistici servizi sulla presunta invasione dei cinghiali nelle città e che, per varie motivazioni, ha sollevato inquietudine, rimostranze e disagi, della improcrastinabile esigenza di praticare gli abbattimenti dei suidi selvatici sulla base di dati stimati. Si rammenta che non risultano dei veri e propri censimenti, ma meri dati stimati su cui è evidente che vi sia un dubbio sulla qualità e l’integrità del dato stesso ma che, sulla base di questi, vengono però stabiliti e pianificati gli abbattimenti; Il cinghiale (Sus scrofa) è diffuso in gran parte dell’Europa e dell’Asia (eccetto le parti più settentrionali). Nel 1911 il cinghiale era assente in Italia settentrionale ed aveva una distribuzione in Italia peninsulare assai ridotta. Il livello minimo della distribuzione si raggiunse con la seconda guerra mondiale. Negli ultimi 30 anni, l’areale del cinghiale in Italia si è più che quintuplicato; cause di questo fenomeno sono state lo spopolamento della montagna con conseguente recupero del bosco, nonché le immissioni a scopo venatorio, che sono state effettuate spesso con soggetti provenienti da allevamenti ed anche appartenenti a sottospecie non autoctone e persino ibridati con suidi domestici. È probabile che ciò abbia condotto ad un aumento della fertilità, perché è noto che gli animali domestici sono in genere più prolifici dei loro antenati selvatici, ed è quindi verosimile che anche l’ibrido tra un animale domestico ed uno selvatico, avendo caratteri intermedi, sia più prolifico dell’antenato selvatico;

il cinghiale ha una struttura sociale matriarcale: la femmina più anziana guida il branco di femmine che vive insieme ai cuccioli (Meynhardt H. 1986. Schwarzwild-Report. Mein Leben unter Wildschweinen. Naumann, Leipzig). Le femmine hanno un periodo fertile che può durare tutto l’anno (Apollonio M., R. Putman, S. Grignolio & L. Bartos 2011. Hunting seasons in relation to biological breeding seasons and the implications for the control or regulation of ungulate populations. In: M. Apollonio, R. Andersen & R. Putman (eds.), Ungulate management in Europe: Problems and practices, Cambridge University Press, London, UK: 80105). Generalmente accade che nel branco vi sia la sincronizzazione dell’estro che genera quindi più o meno lo stesso periodo di parto tra le femmine giovani del gruppo: si ha quindi una riproduzione stagionale regolata (Dardaillon M. 1988. Wild boar social groupings and their seasonal changes in the Camargue, southern France. Sàugetierkunde 53: 22-30). La specie è altamente adattabile e ciò determina la notevole espansione delle popolazioni. È quindi evidente che i sistemi di caccia selettiva, adottata negli anni pregressi non sono efficaci (professor Carlo Consiglio, zoologo, Università La Sapienza);

nonostante le evidenze scientifiche, si assiste alla richiesta di abbattere i cinghiali per limitarne i danni. Il professor Carlo Consiglio, già docente zoologia all’Università «La Sapienza» di Roma, evidenzia che: «Da oltre 30 anni il cinghiale arreca gravi danni all’agricoltura in tutta Europa; le autorità i decretano abbattimenti, ma l’ammontare dei danni ciononostante continua a crescere. Evidentemente la caccia non è un metodo efficace per prevenire o ridurre i danni. La soluzione può venire solo dalle più recenti ricerche sull’etologia e l’organizzazione sociale dei cinghiali stessi, da cui sembra risultare che la caccia interrompa il delicato meccanismo della sincronizzazione dell’estro, che regola la riproduzione dei cinghiali, nonché, attraverso l’eliminazione dei grandi maschi dominanti, il passaggio ad una strategia riproduttiva poliandrica o promiscua; ne risulta un’anticipazione del raggiungimento della maturità sessuale ed un aumento della fertilità, della grandezza di popolazione e dei danni. Lungi dall’essere un metodo efficace per limitare i danni arrecati dai cinghiali, quindi, la caccia aggraverebbe il problema. Metodi efficaci per limitare i danni dei cinghiali sembrano essere invece le recinzioni elettriche ed i metodi colturali. Io vorrei spiegare che la caccia non è in nessun modo necessaria alla conservazione della natura e che in realtà molti scienziati compiacenti, fin dagli anni ’30, hanno formulato delle teorie scientifiche per sostenere che la caccia era compatibile, e forse anche necessaria, alla conservazione della natura, però che questi argomenti non sono fondati, perché gli animali raggiungono da soli un equilibrio con il loro ambiente e hanno dei meccanismi interni di regolazione delle popolazioni. Lo stesso concetto di sovrappopolazione non ha un fondamento scientifico o una definizione scientifica. Sovrappopolazione significa che gli animali sono di più di quelli che dovrebbero essere, ma nessuno può dire quanti dovrebbero essere. Gli animali sono quelli che sono, in seguito all’equilibrio che essi raggiungono.»; altri ricercatori quali Servanty ed altri concludono che: «quando una popolazione è pesantemente cacciata, aumentare la mortalità in una sola classe d’età (ad esempio solo adulti solo giovani) può non permettere di limitare l’accrescimento della popolazione.»; secondo il ricercatore Ungherese Csányi «la pressione venatoria è insufficiente per impedire l’accrescimento della popolazione di cinghiali; questi sono favoriti dall’aumento delle superfici forestali e dall’estensione dell’agricoltura che fornisce habitat adatto e cibo; inoltre la distribuzione sparsa dei distretti venatori fa sì che molti animali possano sfuggire verso zone dove non vengono cacciati.»; secondo Marsan ed altri «un esasperato prelievo non selettivo sul cinghiale produce subito la riduzione degli effettivi, ma questa riduzione viene immediatamente compensata da un aumento del tasso di incremento utile annuo della specie; una popolazione costituita prevalentemente da animali giovani tende a produrre maggiori danni di una naturale, indipendentemente dalla sua densità». Marsan ed altri dimostrano anche che la densità del cinghiale non è influenzata da una pesante pressione venatoria, e pertanto un aumento della pressione stessa non può ridurre i danni alle coltivazioni; secondo il rapporto dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica Infs (Gli Ungulati in Italia. Status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio. Istituto nazionale per la fauna selvatica Alessandro Chigi-2002), per la fauna selvatica, la forma di caccia attualmente più utilizzata, la braccata con i cani da seguito, crea spesso una destrutturazione delle popolazioni, caratterizzate da elevate percentuali di individui giovani, responsabili di un sensibile aumento dei danni alle colture. Dopo anni di abbattimenti di cinghiali, da parte di squadre di caccia con il metodo della braccata con i cani, è evidente che non solo questo metodo non ne ha diminuito il numero, ma abbia causato un presunto aumento delle popolazioni. Tale attività ha, per altro, lasciato spazio a numerose e irragionevoli iniziative quale quella che consente ad ogni cacciatore di poter vendere ai privati o agli esercizi commerciali (e quindi di somministrare) i cinghiali abbattuti (per esempio in Toscana con la delibera di giunta regionale n. 17 del 2010). Tale fenomeno è interamente dovuto alle richieste dell’attività venatoria;

a tale riguardo giova rammentare, il parere del professor Toso, già direttore dell’Infs – Istituto nazione della fauna selvatica, ora Ispra, che nel documento «Linee Guida per la Gestione del Cinghiale (Sus Scrofa) nelle Aree Protette – II Edizione» scrive: «Le cause che hanno favorito l’espansione e la crescita delle popolazioni sono legate a molteplici fattori sulla cui importanza relativa le opinioni non sono univoche. Tra questi, le immissioni a scopo venatorio, iniziate negli anni ’50, hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale. Effettuati dapprima con cinghiali importati dall’estero, in un secondo tempo i rilasci sono proseguiti soprattutto con soggetti prodotti in cattività in allevamenti nazionali. Tali attività di allevamento ed immissione sono state condotte in maniera non programmata e senza tener conto dei princìpi basilari della pianificazione faunistica e della profilassi sanitaria»; è quindi fondamentale rammentare anche le criticità sanitarie e fiscali. In tal modo non vi è alcun interesse a limitare le presenze reali dei cinghiali visto che per i cacciatori si è autorizzato, di fatto, un sistema di guadagno diretto. Per quanto concerne l’aspetto prettamente sanitario, la carne di cinghiale consumata senza alcun controllo può procurare la trichinellosi (un’infezione causata da un parassita, la Trichinella spiralis) e diffondere la peste suina, solo per citare due realtà attuali;

alcune ricerche recentemente pubblicate negli Stati Uniti gettano nuova luce sulle conseguenze che l’assunzione di piombo attraverso la carne delle selvaggina abbattuta può avere sulla salute delle persone: «Il piombo è un metallo velenoso, che può danneggiare il sistema nervoso (specialmente nei bambini) e causare malattie del cervello e del sangue. L’esposizione al piombo o ai suoi sali, soprattutto a quelli solubili, o all’ossido PbO2, può causare nefropatie, caratterizzate dalla sclerotizzazione dei tessuti renali, e dolori addominali colici.» Uno studio della University of Colorado («Health Effects of Low Dose Lead Exposure in Adults and Children, and Preventable Risk Posed by the Consumption of Game Meat Harvested with Lead Ammunition») ha dimostrato che anche l’esposizione a piccole quantità di piombo (consumando carne contaminata da piombo) – inferiori a 25 microgrammi per decilitro – può provocare ipertensione, indebolimento della funzionalità renale, declino delle capacità cognitive e problemi all’apparato riproduttore. Lo studio epidemiologico e la valutazione del rischio conseguente hanno indicato che il consumo regolare di selvaggina abbattuta con fucile e munizione al piombo può causare degli aumenti anche sostanziali dei livelli di piombo nel sangue in particolare nei bambini. È quindi improcrastinabile affrontare il problema in modo organico e, alla luce di una lunga serie di valutazioni scientifiche, applicare i migliori metodi ecologici per la corretta gestione faunistica; numerose sono quindi le soluzioni applicabili in modo organico su tutto il territorio, in primis vi è da considerare il blocco delle attività venatorie, un serrato controllo nella movimentazione dei suini, il divieto di introduzione di ungulati e la sterilizzazione. La sterilizzazione farmacologica degli ungulati è pratica già attivata in Gran Bretagna e in Australia. In Inghilterra, un vaccino denominato GonaCon è stato sperimentato nel 2008 alla Food and Environment Reasearch Agency di York da una ricercatrice italiana, Giovanna Massei, peraltro conosciuta in Toscana per aver collaborato con il Parco della Maremma. Permette di sterilizzare i cinghiali attraverso esche specifiche apribili solo dagli ungulati, senza colpire altre specie. In Australia la pratica della sterilizzazione farmacologica (con un altro ritrovato sistemico, il suprelorin) è già stata messa a punto sui koala e su altri marsupiali;

i censimenti devono essere tali e non stimati: i dati fin ora utilizzati sono presunti e non realizzati con metodi scientificamente validi; la corretta informazione su come prevenire incidenti e rischi sanitari, comportamento personale e abitudini, è in grado di prevenire spiacevoli episodi e la criminalizzazione degli animali con cui dovremmo saper convivere pacificamente;

l’utilizzo di deterrenti appare di fondamentale importanza per ridurre il conflitto con le attività antropiche ed evitare pericolose contaminazioni: obbligo per gli agricoltori dell’utilizzo di tutti gli efficaci sistemi di deterrenza, favorire gli incentivi per il loro acquisto invece di sostenere economicamente i ripopolamenti a fini venatori; divieto di foraggiare gli animali, pratica utilizzata dai cacciatori per avvicinare e attirare gli animali con scopo venatorio. Tale sistema abitua gli animali a ricondurre la presenza umana al cibo, funge da rinforzo positivo, incrementa le popolazioni e le avvicina a zone abitate e periurbane; corretto smaltimento e contenimento dei rifiuti. La presenza degli animali di ogni specie, in particolar modo di quelle che ormai possono definirsi sinantrope, viene ovviamente incrementata e favorita dalla disponibilità di cibo. Le città sono ormai discariche a cielo aperto, le persone non rispettano il logico divieto di alimentare gli animali selvatici e questi sono inesorabilmente attratti anche dall’assenza di doppiette nelle aree periurbane;

è noto ormai che i danni apportati alle colture forestali non sono proporzionali solo alla densità degli Ungulati, ma anche al tipo di pratiche selvicolturali in atto (Reimoser e Gossow 1996). Inoltre un bosco capace di fornire cibo e protezione permette di trattenere in zona gli animali, annullando i rischi di pressione di pascolo sul fondovalle e sulle colture agrarie circostanti,

impegna il Governo:

1) a mettere a regime ben prima dell’emergenza diffusa ogni azione necessaria tesa alla prevenzione della diffusione della peste suina e quindi ad applicare correttamente e coerentemente le indicazioni dell’Efsa, dal blocco della caccia non limitandolo unicamente dove sia rilevata la positività al blocco dei ripopolamenti, di foraggiamenti, della movimentazione di materiali, mezzi e operatori nonché della movimentazione di animali vivi tra allevamenti, nonché ad effettuare un serrato controllo nella movimentazione dei suini, adottando iniziative per prevedere il divieto di introduzione di ungulati e la sterilizzazione farmacologica degli ungulati medesimi (pratica già attivata in Gran Bretagna e in Australia);

2) ad aumentare la vigilanza e i controlli sull’ingresso in Italia di prodotti a rischio e non solo di quelli destinati all’importazione commerciale ma anche di quelli importati per il consumo personale a seguito dei viaggiatori, posto che l’ingresso in Italia di insaccati contaminati dalla Romania dimostra quanto sia facile mettere a rischio interi areali e filiere;

3) a valutare attentamente il ciclo selvatico e il ciclo domestico del virus per individuare le soluzioni e interventi adeguati e mirati evitando di utilizzare strumentalmente questa ed altre circostanze per additare gli animali e distribuire a pioggia finanziamenti senza riconsiderare i sistemi di allevamento insostenibili dal punto di vista ambientale, etico ed economico;

4) ad adottare iniziative per rivedere immediatamente la normativa sulla macellazione casalinga per evitare contaminazioni, assenza di controlli sanitari, inquinamento ambientale e mancato rispetto del benessere degli animali;

5) ad adottare le iniziative di competenza per liberare le città dai rifiuti che si accumulano a dismisura e fuori controllo specialmente nelle zone periferiche, attirando animali alla ricerca di cibo, garantendo al contempo ad essi un habitat boschivo adeguato ove trovare cibo e possibilmente non compromesso dalle attività venatorie che provocano la fuga degli animali a ridosso dei centri urbani;

6) a favorire una corretta informazione sul tema basata su metodi scientifici e dati reali onde evitare di continuare a diffondere allarmismi tra i cittadini e gli allevatori, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo manipolando le circostanze per favorire determinate categorie e muovere consenso elettorale o promuovere operazioni di sostegno economico discutibili;

7) ad adottare iniziative di contrasto alla peste suina, tenendo conto se non bastassero le indicazioni di Fao, Ipcc, Chatham house, che il futuro del pianeta e la sua sopravvivenza sono legati indissolubilmente al rispetto essenziale di tutti quegli equilibri fatalmente interconnessi tra loro e che il rispetto di ogni equilibrio biologico ed ecologico impone oggi una seria riflessione sui consumi alimentari, gli allevamenti, la distruzione degli habitat naturali, la perdita di biodiversità, che la principale causa di questi fenomeni sono proprio le dissennate attività umane e che occorre un impegno ad investire nella divulgazione e nella promozione della biodiversità, onde non varcare ancora i limiti che impone l’etica, oltre che la scienza medica veterinaria e la logica;

8) ad adottare iniziative anche a livello europeo per superare le restrizioni che penalizzano anche le aree della Sardegna dove è ormai comprovato non sia presente la peste suina, affinché sia consentita l’esportazione di carne suina, considerato che si rende altresì improcrastinabile, alla luce delle evidenze scientifiche e delle esigenze del settore stesso, la necessità di sviluppare una progettazione della strategia e della politica agricola sostenibile, sia in termini di produttività, redditività, che del rispetto dell’ecologia e quindi degli habitat, e che senza il rispetto di questi princìpi si manifestano logicamente continue crisi sanitarie che ricordano come non sia più possibile affidarsi alla mera politica del sostegno economico e della compensazione del danno fine a se stessi, senza una programmazione e progettazione a breve, medio e lungo termine anche per prevenire ulteriori emergenze, crisi economiche e ulteriori danni ed impoverimento;

9) a considerare la Sardegna, per le sue tipiche caratteristiche, come il luogo in cui progettare e realizzare un progetto pilota di integrazione delle diverse attività agricole con le realtà degli habitat in cui si sviluppano, nell’ambito del quale i fondi siano definitivamente impiegati per lo sviluppo e non solo per intervenire continuamente sulle emergenze;

10) ad adottare tutte le adeguate iniziative di competenza per scongiurare speculazioni nella commercializzazione dei prodotti suinicoli, partendo dal controllo dei prezzi e sanando gli squilibri sul mercato.
(1-00666) «Corda, Sapia, Massimo Enrico Baroni, Cabras, Colletti, Spessotto, Maniero, Sarli, Trano, Leda Volpi».