Rassegna Stampa

22 marzo 2021

Principi attivi di origine animale: vale ancora la pena usarli?

Fonte: aboutpharma.com

Epidemie e zoonosi, ma anche questioni etiche e religiose fanno riflettere sull’utilizzo di sostanze derivate da bovini, suini e altre specie. Tanto che per ovviare a eventuali problemi i vaccini anti-Covid ne sono privi.

Ancora prima che il Sars-cov-2 facesse la sua apparizione rubandogli la scena, un altro virus aveva creato non pochi problemi – sempre in Cina – con una vicenda per certi versi simile a quella del suo successore. La storia del virus della peste suina africana, agente patogeno dell’omonima malattia, la racconta bene la giornalista Dominique Patton in un articolo della Reuters del marzo 2020, dove spiega che nonostante le autorità cinesi fossero a conoscenza del problema già dal 2018, riuscirono a non far trapelare la notizia ordinando a chi sapeva di tacere. Tale segretezza e la sottostima dei focolai da parte della Cina favorirono la diffusione e ostacolarono la risposta della nazione, con la conseguenza che a cavallo tra il 2019 e 2020 i maiali sacrificati per l’epidemia di peste suina africana sono stati milioni. Secondo le stime dell’industria della carne, la popolazione cinese di maiali (440 milioni di unità) si sarebbe più che dimezzata. Con conseguenze sull’industria alimentare, ma non solo. Ancora oggi infatti sono diversi i principi attivi e gli eccipienti di origine animale utilizzati dall’industria farmaceutica per la produzione di farmaci, come l’eparina ottenuta dai suini. In seguito all’epidemia degli scorsi anni e alla carenza della materia prima, le aziende produttrici hanno risposto costruendo nuovi allevamenti industriali e rimpiazzando rapidamente i milioni di maiali soppressi tra metà 2019 e 2020 a causa della malattia. Senza creare, di fatto, problemi nella distribuzione del farmaco. Ma il pericolo che si verifichi una carenza di principio attivo a causa di un’epidemia animale o di una zoonosi che può minacciare la salute umana è sempre dietro l’angolo.