Rassegna Stampa

30 maggio 2019

FAO: produzione cibo mondiale a rischio per agricoltura intensiva

Fonte: Agi

A causa dell’agricoltura intensiva e del sovrasfruttamento dei terreni, entro 60 anni il mondo rimarrà senza soprassuolo, quello in cui cresce il 95% del cibo. A lanciare l’allarme sono esperti dell’Organizzazione Onu per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao), sottolineando che lo strato superiore dei terreni è la componente più importante del nostro sistema alimentare.

Particolarmente critica la situazione degli Stati Uniti, dove i terreni coltivati subiscono un’erosione 10 volte più rapida rispetto alle loro capacità di rigenerazione. “Senza soprassuolo crollerà la capacità della Terra di filtrare acqua, assorbire carbonio e nutrire gli abitanti”, ha avvertito Maria-Helena Semedo della Fao, citata dal Guardian.

L’erosione accelerata della parte più preziosa dei terreni è causata da diversi fattori quali coltura intensiva, in particolare la pratica della monocoltura o bicoltura, la mancanza di coltivazione di copertura, fertilizzanti sintetici e pesticidi che rimuovono nutrimenti, minerali e microbi cruciali per la crescita di una fauna sana. Nel ‘corn belt’ statunitense un numero crescente di agricoltori sta piantando colture di copertura su vaste superficie di terreno, ottenendo un aumento della qualità del 50% rispetto a 5 anni prima.

Inoltre c’è chi per un periodo di tempo interrompe la coltivazione, ad esempio di mais e soia, riscontrando successivamente un arricchimento del carbonio, dei nutrimenti e dell’acqua disponibili nel soprassuolo. L’emergenza della tutela e rigenerazione dei soprassuoli è crescente in quanto entro il 2050 servirà cibo per 9 miliardi di persone e senza un sistema di coltura sano i contadini non saranno in grado di rispondere a fabbisogno alimentare globale. A questa crisi potenziale si aggiunge il calo significativo delle proprietà nutritive – soprattutto in proteine, calcio, fosforo, ferro, vitamina B2 e C – di quello che consumiamo, una perdita registrata tra il 1950 e il 1999 documentata in uno studio dell’American College of Nutrition.